La vittoria di Goodwood

5 settembre 1982, Giuseppe Saronni diventa campione del mondo

di Mario Brovelli

5 settembre 1982, in Inghilterra pioveva e l’aria era frizzantina. In Italia, l’estate aveva vissuto forti emozioni, a cominciare dal trionfo Mundial della Nazionale di Bearzot: quel 5 settembre, però, era tutto diverso, tutta un’altra domenica, con il Paese scioccato davanti alle bare del generale Dalla Chiesa e di sua moglie, uccisi dalla mafia due giorni prima.

Quel 5 settembre, a Sud di Londra, si sapeva poco di ciclismo, eppure si stava per scrivere una pagina “storica” di questo sport: la firmò Giuseppe Saronni, con una vittoria al Campionato del mondo che tutti gli appassionati di allora non hanno più dimenticato. E tutti, o quasi, gli appassionati di oggi, ne hanno sentito parlare.

La fucilata di Goodwood è un gesto rimasto inimitabile: quello scatto pazzesco di Saronni, sull’erta finale del circuito iridato, rimane una pagina unica…«Mi rivedo ora e mi emoziono molto più di allora. Più riguardo le immagini di quel finale e più mi rendo conto di quanto alcune circostanze abbiano contribuito a rendere quella vittoria ancora più emozionante». Il protagonista di allora, trent’anni dopo, si rivede ancora là, in quell’ultimo chilometro tra due ali di folla impressionanti, a Sud di Londra.

«Visto in televisione – ripete Giuseppe Saronni – ci si emoziona di più: io in quei momenti, forse non me ne sono nemmeno reso conto bene. Ci sono stati alcuni elementi che hanno contribuito molto: le tre telecamere, di cui una posta proprio sull’ultima curva, hanno offerto immagini davvero emozionanti. La regia è stata impeccabile, in questo: io sono scattato poco prima dell’ultima curva e il telespettatore non ha visto subito lo scatto. Tuttavia, la ripresa di lato, su quella curva, mentre superavo a doppia velocità l’americano Boyer che si era piantato, ha reso molto l’idea del gesto tecnico di quello scatto. E poi, anzi soprattutto, in Italia avevamo la voce di Adriano De Zan, un maestro nel trasmettere emozioni: esitò una frazione di secondo prima di gridare “È scattato Saronni” e anche questo ha fatto accrescere la suspence».

Certo, ma la parte più importante l’ha fatta Saronni: «Indubbiamente, fu una bella impresa: e le immagini non rendevano la pendenza della salita. Sono scattato col 53 e mi sono messo alle spalle dei signori corridori come Lemond e Kelly».

Un Mondiale, quello di Goodwood, che era la rivincita di un’amara sconfitta dell’anno prima…«Sì, ho covato la mia rivincita per un anno intero. Nell’81, a Praga, ci furono molte polemiche attorno alla nostra Nazionale e io non presi bene quel mio secondo posto. Fu una sconfitta difficile da digerire, ma seppi reagire, pensando già al Mondiale successivo. Nell’82 andò tutto per il meglio: e tutta la squadra si è spesa per me. Compreso Moser».

Il tracciato del Mondiale inglese, tuttavia, era meno impegnativo di quello di Praga 81 e, quindi più aperto: una vittoria su quel circuito non era così scontata…«Certo. Andavo forte, ma anche altri erano in condizione. Piovve e ci furono attacchi, i più pericolosi quelli di Lejarreta, Kuiper e, nel finale, dell’americano Boyer, che poi cedette di schianto all’ultima curva»-.

I ricordi di quel trionfo sono mille, forse più, ma Saronni ne sceglie tre: «Non dimenticherò mai l’urlo dei tifosi italiani, proprio in quell’ultima curva. Un gruppo, molto folto, di connazionali si era piazzato lì da giorni: arrivavano da Arezzo e la trasferta era stata organizzata da Del Tongo, il mio sponsor di allora. Per una settimana, quasi, quei tifosi avevano atteso la mia vittoria. Poi, non dimenticherò mai il dolore ai piedi: quell’ultimo scatto fu talmente violento che mi massacrò i piedi, legati stretti ai pedali con i cinghietti. Sul podio salii senza scarpe, da tanto che ero dolorante. E, infine, non dimenticherò mai l’abbraccio, dopo il traguardo, con Alfredo Martini, l’allora ct della Nazionale».

Un trionfo, quello iridato di Saronni, in un anno particolare: «Si respirava un’atmosfera unica, in quel periodo, in Italia. Soprattutto dopo il trionfo della nazionale di calcio, a Madrid. Ricordo la sera della finale, Italia-Germania: io ero ad allenarmi in provincia di Varese, in un piccolo paesino al confino con la Svizzera e ricordo ancora le luci e la festa che si vedeva giù sul lago di Lugano, a Ponte Tresa. Mancava poco più di un mese al mio Mondiale e, ammetto, che un po’ ci pensai, quella sera».

Dici Saronni, pensi a Moser. L’ultima grande rivalità del ciclismo italiano fa un po’ nostalgia…«Oggi certe rivalità vengono esagerate dai giornali. La nostra, invece, era molto più accesa di quanto appariva sui quotidiani e alla tivù. E questa rivalità la sentivamo moltissimo entrambi. Nei bar un po’ di tutta Italia, ogni tanto ci scappava pure qualche scazzottata tra moseriani e saronniani. E, in certe situazioni, anche in gara, ne ho viste e sentite di tutti i colori: a volte, c’era d’aver paura».

Il Saronni di allora non era un tipo facile…«Per niente. Avevo un caratteraccio, quando mi giravano le scatole, e capitava spesso, non ero per niente diplomatico. Non le mandavo a dire. Questo carattere non mi ha sempre aiutato, anche nella rivalità con Moser».

Anche con i giornalisti…«Sì, il mio rapporto con i giornalisti non era sempre facile. Ma anche tra di loro c’erano i moseriani e i saronniani. Anche firme autorevoli di oggi, a quei tempi, erano tutt’altro che imparziali».

Una cosa che ti faceva arrabbiare…«Quando i giornalisti s’inventavano parole che non avevo mai pronunciato. Cose che capitano anche oggi, ogni tanto. Ma poi c’erano altre cose che mi facevano arrabbiare…».

Qualche esempio? «Le spinte a Moser sulle salite. Al Giro e ovunque. C’erano tifosi e amici super organizzati per questo. E mi faceva arrabbiare che i giornalisti sapevano e vedevano, ma tacevano.  Oggi, dopo trent’anni, qualcuno lo ammette».

Gli avversari più stimati? «Ce ne sono tanti. Io ho cominciato la mia carriera da professionista che ero giovanissimo, non avevo ancora vent’anni: debuttai con i Gimondi, l’ultimo Merckx, i Sercu. Ho finito la carriera con i Cipollini».

Ce ne sarà qualcuno più degli altri… «Roger de Vlaeminck, che fuoriclasse! Un artista in bici, il più completo. Freddy Maertens, invece, è il corridore più potente che io abbia mai visto: quando scattava lui, faceva davvero paura. E altro che velocista… vinceva le volate e poi andava forte anche in salita. Su tutti, però, c’è Bernard Hinault. E Sean Kelly, dove lo mettiamo… un altro alla Maertens che, però, non riuscì a vincere mai un Mondiale, ma vinse la Vuelta».

Tra i ricordi più belli, anche una prima pagina su l’Equipe, con Poulidor: «Era il 1977, da neoprofessionista: partecipai a un paio di corse a tappe in Francia, al Midi Libre e al Tour de l’Aude e andai piuttosto bene. L’Equipe pubblicò in prima pagina una foto mie con Poulidor che correva ancora e fece il titolo “il padre e il figlio”. Fu un onore per me».

Indimenticabili i gregari…«Non posso scordare i tanti, tantissimi corridori che hanno lavorato e faticato per me. Ce ne sono parecchi, davvero. Non si possono dimenticare i vari Ceruti, Loro, Natale, Conati, Piovani, Riccomi, Paolini, Caverzasi, Fraccaro, Gualazzini, Landoni, Borgognoni e altri ancora. Tutti con le loro storie, gran bei personaggi»

Giuseppe Saronni, però, correva poco all’estero: quello degli anni Settanta e Ottanta era un ciclismo lontanissimo da quello di oggi… «Allora c’era un calendario e una stagione in Italia di alto livello. Una Tre Valli Varesine, per esempio, era una classica a tutti gli effetti, quasi un Mondiale: poiché al trittico lombardo (Tre Valli, coppa Bernocchi e Coppa Agostoni, ndr) c’erano addirittura alcune nazionali che venivano a correre. C’erano sempre i migliori corridori del mondo, al Giro dell’Emilia, come alla Milano-Torino e al Giro del Lazio che, a quei tempi, avevano una grandissima importanza. A quei tempi, poi, il Giro era prestigioso alla pari del Tour o quasi, gli sponsor avevano soprattutto interessi in Italia e, di conseguenza, io correvo quasi sempre in Italia, ma ho fatto anche io le mie classiche, i Tour, eccetera».

Giuseppe Saronni, 55 anni, oggi: nella sede della Lampre-Isd, dove ci ha concesso questa intervista

Il ciclismo globalizzato di oggi è meno popolare… «Nel vero senso del termine. Fa fatica a fare breccia sul popolo. Ai miei tempi, si correva soprattutto in Europa e, da febbraio a ottobre, in tutte le gare, il pubblico poteva vedere sempre i migliori. Non c’era la specializzazione di oggi: c’era De Vlaeminck che sì era l’uomo delle Roubaix, ma lo vedevi in gara anche al Giro d’Italia  e al Lombardia e da protagonista. I velocisti puri c’erano, ma dovevano farsi anche le corse in salita. Il pubblico li poteva vedere sempre: oggi, certi corridori concentrano la stagione in due mesi di gare. Ed è per questo che la gente fa fatica ad appassionarsi a un campione che è competitivo solo pochi giorni all’anno. Infine, il calendario sparso in tutto il mondo, costringe le squadre a fare scelte più internazionali, ma questo è forse inevitabile».

Stagione stressante, quella del corridore di oggi, con tanti aerei da prendere… «Può darsi, ma attenzione: quando correvo io, si facevano tranquillamente 110 gare a stagione. Oggi nessuno ne fa più così tante: Cunego, per esempio, quest’anno arriverà sì è no a 80 giorni di corse. Quindi, attenzione a dire che oggi si corre troppo».

Oggi, team manager della Lampre-Isd, Saronni ha ancora passione per il mondo delle due ruote: «Questo ambiente lo si sceglie per passione. IL ciclismo è così: se ci sono ancora dentro, anche se come dirigente, è perché mi appassiona, è il mio mondo, anche se oggi gestire una squadra è come mandare avanti un’azienda a tutti gli effetti, con tutte le complicazioni del caso».

Goodwood 1982, un trionfo in terra britannica, allora quasi “vergine” per il ciclismo. Oggi, a Goodwood, si è nel cuore delle due ruote, dominate dai campioni inglesi: «I britannici c’erano anche in passato, ma erano molto pochi i professionisti. Certo, quel Mondiale contribuì moltissimo alla popolarità del ciclismo in Gran Bretagna. Sdi può dire che la parabola degli inglesi è cominciata da quel giorno: e, in fondo, anche la mia vittoria ha fatto bene al ciclismo. Poi, con il passare degli anni, il ciclismo britannico ha saputo investire bene e lavorare con grande capacità: e oggi raccoglie i frutti con Wiggins, Cavendish e altri campioni che emergeranno in futuro».

Giuseppe Saronni, ieri come oggi, pedala poco, ma la bicicletta non l’ha mai tradita: quando si ama la bici, è così. E anche per questo, il Beppe di Goodwood, icona indelebile del ciclismo, fa gli auguri alla nuova avventura di Cycle! Saronni è uno dei nostri.

 

 

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