di Mario Brovelli

Budapest è un miraggio, se vuoi fare il ciclista preparati a girare il mondo. Vita da corridore, vita da zingaro. Il corridore non può vivere come tutti gli altri uomini: pedala, passa e va davanti agli usci delle case di mezzo mondo, ma la sua casa la vede poco, poche settimane. Anche a scapito degli affetti: in bici, non hai radici, ma il tempo passa in fretta e, anno dopo anno, dal centro del gruppo, ti accorgi che a bordo strada c’è un mondo pronto ad aspettarti. Sempre. Anche nella lontana Ungheria.

Per il giovane ungherese Peter Kusztor, l’Olanda, Valkenburg e il Mondiale avevano un sapore particolare: c’è chi si è preparato un anno intero e forse più per questa gara e chi, come Peter, si è guardato dentro e si è accorto che quello sarebbe stato il suo Mondiale. Sul circuito di Valkenburg, c’è chi ha studiato ogni centimetro d’asfalto, a cominciare da quella salita, il Cauberg, che avrebbe sicuramente deciso la gara e chi, come Peter, ha pensato soltanto a trovare le parole giuste per esprimere certi sentimenti.

C’è chi si chiama Philippe Gilbert e il Mondiale lo ha vissuto facendo palpitare i cuori di migliaia di tifosi assiepati a bordo strada. E c’è chi si chiama Peter Kusztor e il Mondiale l’ha vissuto ad ascoltare il suo cuore. Uno scatto da fuoriclasse ha fatto il giro del mondo, su tutti i quotidiani, e ha fatto ubriacare mezzo Belgio: giornata speciale, per Philippe Gilbert. Ma anche per Peter Kusztor, novantanovesimo al traguardo, quello di Valkenburg doveva, ed è stato, un Mondiale speciale. La sua impresa l’ha realizzata dopo il traguardo, nell’intimità promiscua del dopocorsa, aspettando l’abbraccio tenero ed emozionato di una ragazza. Peter, il novantanovesimo, ha fatto la sua impresa: giro dopo giro, ha sentito nelle gambe ogni metro del Cauberg, ma poi il momento più atteso è arrivato e dalla tasca posteriore della sua maglietta ha estratto un anello che ha infilato al dito tremante di quella ragazza commossa.  Gilbert e Kusztor, a ognuno il suo traguardo.

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