“Mi chiamo Eduardo Chozas e sono stato un corridore”, ma in cuor suo vorrebbe dire “sono un corridore”, perché in fondo si sente ancora lo stesso uomo che trent’anni fa sfidava Hinault sulle montagne del Tour. Osserva i campioni di oggi, maglia gialla, rossa e nera della Nazionale spagnola: una squadra strapiena di stelle del pedale, da Contador a Freire, tutta gente che ha scritto la storia presente di questo sport: Eduardo Chozas ha scritto pagine memorabili del passato. Non ha collazionato Mondiali, come Freire, e non ha la bacheca stracolma di trofei dei grandi giri, come Contador: Chozas ha collezionato tante imprese che hanno fatto innamorare il popolo, tante sfide impossibili che sono rimaste nei cuori della gente. E se le ricorda tutte, una per una quelle imprese che incantavano i tifosi, a cominciare dalla prima cinquant’anni fa: in un quartiere popolare di Madrid, il piccolo Eduardo, figlio di un fruttivendolo e fece emozionare l’amico del negozio accanto, un macellaio che sognava di diventare Bahamontes, ma la vita gli aveva riservato un’altra strada. Vedeva il piccolo Chozas, così veloce nel pedalare sul marciapiede, che un bel giorno gli suggeri: “Tu devi diventare un corredor”. Per Eduardo, in quegli anni, i corredor erano facce da tappini: da ritagliare dai giornali e incollare dentro il tappo di una gazosa, per le sfide più accese con gli amici, proprio lì su quello stesso marciapiede.
Eduardo Chozas si è sentito per la prima volta un corredor, quando aveva otto anni: “La mia prima gara, alla periferia della città: eravamo una dozzina di ragazzini, con bici di ogni tipo. La mia non era male, era una bicicletta da corsa senza nome. Mi ricordo soltanto l’emozione: era solo due chilometri, ma non dimenticherò ma il fiatone che avevo quando arrivai al traguardo. La mia prima gara la feci tutta d’un fiato, insomma, ma non bastò perché arrivai quarto o quinto, non ricordo bene”.
Per gli italiani, Chozas era un nome che risuonava spesso nelle memorabili litanie di Adriano De Zan nelle dirette di ogni corsa: negli arrivi di gruppo, lo posizionava sempre tra Lejarrrrreta (detto con quattro “r”) e Skibby: davanti alla tivù, non si capiva mai se era davvero così, una coincidenza, oppure quel nome da rivoluzionario, Chozas, rientrava in un preciso progetto di musicalità della telecronaca.
Chozas in Italia lo si associava a fughe solitarie, interminabili: quasi sempre sugli Appenini e a volte sulle Alpi. Le emozioni, invece, rievocate dal punto di vista di Eduardo seguono una gerarchia personale molto diversa: “Le primera emociòn, a 17 anni, quando sono diventato campione di Spagna. Indossare certe maglie ti dà qualcosa che solo il ciclismo ti regala. Come quando ho indossato per la prima volta la maglia della Nazionale: ero emozionatissimo, avevo18 anni”.
E a proposito di maglie, il suo sogno mai realizzato fu quello d’indossare la maglia rosa: “Amavo il giro più di ogni altra corsa. Con la Vuelta c’era un buon feeling, feci il mio debutto lì che avevo 20 anni e vinse il mio compagno di squadra, Faustino Ruperez, ma il giro per me era qualcosa di speciale: per i paesaggi, per le grandi battaglie ciclistiche che si facevano. La maglia rosa lo indossata, ma solo virtualmente: era il 1990, tappa con traguardo sul Vesuvio. Io andai in fuga prestissimo quel giorno e accumulai un grande vantaggio sul leader della classifica, Gianni Bugno. Mi pareva un sogno, me la vedevo addosso quella maglia rosa, ma poi provarono a venirmia prendere: non ci riuscirono, ma la maglia rosa cambiò colore. Dovetti accontentarmi di quella verde, degli scalatori”.
Eduardo Chozas ha una faccia che sembra un apache, un avventuriero, un uomo che per andare in fuga gli bastava annusare l’aria: “Il mio ciclismo è sempre stato all’attacco: è la mia filosofia di vita, mai arrendersi, sempre lottare. Da voi, in Italia, c’era un corridore che mi assomigliava: Claudio Chiappucci, con il quale sono ancora molto amico. Del resto, io ho corso con tre generazioni di corridori”.
La prima generazione: quella di Bernard Hinault…. “Era una bestia, nel senso che in bici era un animale, tutto istinto e forza bruta. Il più forte di tutti, tra quelli che ho avuto come avversari”.
Il più stimato? “Direi Miguel Indurain, un campione all’opposto di Hinault. Tutta razionalità e calcolo: era un corridore di una precisione pazzesca, meticoloso, con una dedizione straordinaria. Era attento a ogni minimo dettaglio. Miguel è stato il campione della razionalità e dell’impegno: da ragazzo, lo ricordo, era un giovanotto grande e grosso. Fortissimo in pianura e pure veloce, tanto che vinceva le volate di quaranta e cinquanta corridori. Poi, dimgarì e lavorò alla sua trasformazione: con 10 chili in meno e tanto allenamento in salita è diventato quello che tutti avete conosciuto”. Indurain, però, rientra nella terza generazione dei corridori.
Nel mezzo, la seconda generazione. “Quella dei Delgado: Pedro Delgado ha la mia stessa età, siamo stati avversari nelle giovanili e poi per tutta la carriera: avversari, ma non rivali. Questa generazione, secondo me ha preparato le basi per una nuova era del ciclismo spagnolo, quella attuale in cui ci sono tanti campioni su ogni terreno, da Contador a Freire. Mi va di pensare così: che i bambini di allora, che oggi sono campioni, si siano appassionati a questo sport nel guardare me, Delgado, Lejarreta, Echave, Cabestany“.
Chozas, una vita in fuga, all’attacco sulle montagne: “Ma non solo, io riuscivo a portare a termine lunghe fughe perché andavo bene anche in pianura, non solo in salita, ed ero anche un buon discesista”.
Tra le imprese di Chozas, la più incredibile fu al Tour de France, nel 1986: tappone alpino di oltre 200 km con Vars, Izoard e finale sul Granon, una stradaccia militare asfaltata che saliva a oltre duemila metri di quota, alle porte di Briancon, sulle Alpi francesi. Quando lo si stimola su questi ricordi, l’apache Chozas illumina le sue rughe e comincia a ricordare, come se fosse una corsa di un’ora prima: “Attaccai da solo sul Vars, quando mancavano 140 km al traguardo. Prima di arrivare lì, c’era battaglia in pianura: più di un’ora a cinquanta all’ora, mi ricordo.Poi via, all’attacco. Presi subito un buon vantaggio, ma alle mie spalle sapevo che si stava formando un gruppetto con dentro Mottet e altri. Pensavo che sarebbero venuti a prendermi, ma non ci riuscirono. Scollinai da solo anche sull’Izoard e riuscii a tenere sull’ultima salita. Incredibile, durissima: l’ultimo chilometro non finiva più. E poi mi dissero che in quella tappa si scrisse una pagina di storia perché, per la prima volta, Hinault andò in crisi e Lemond indossò la maglia gialla che avrebbe poi portato fino a Parigi. Sì, fu un Tour storico e, nel mio piccolo, anche io c’ero…”.
Nel suo piccolo, Chozas, non era esattamente tra le comparse, bensì era là, in testa, a sgomitare con Hinault e a scattare in faccia a Bugno, per quattordici anni, dal 1980 al 1993. E a fine carriera, ora, si è inventato opinionista tv e giornalista: “Mai avrei pensato di diventarlo. Ma a volte, la vita prende direzioni inaspettate”.
La sua vita ha preso più di una direzione inaspettata… “A cominciare da quando mi sono davvero innamorato del ciclismo, ovvero, da bambino. Quando il ciclismo lo si ascoltava alla radio, a Madrid: che magia alla radio. Ecco quelle trasmissioni erano come le favole, perché sentivi raccontare grandi imprese, ma la magia ti arrivava dall’immaginazione. La tv forse ha tolto un po’ di poesia a questo sport. E con quell’immaginazione, quel mondo fantastico in mente, grazie alla radio, correvi a ritagliare le foto di Ocana e Fuente da mettere nei tappini. Tra i due preferivo Ocana, perché Fuente era forte, ma Ocana di più: era riuscito a battere Merckx e per questo era un vero mito“.
Il ciclismo è una passione che, ieri come oggi, sboccia da bambino: “Ed è qualcosa di straordinario, da sempre. Nonostante quello che si dice, nonostante le cose  brutte e il doping. Il ciclismo è una scuola di vita e insegna a un ragazzo cosa è la fatica. Gli insegna ad accettarla e, quasi ad amarla, la fatica. Perché per ottenere qualsiasi cosa, occorre tenacia. Bisogna metterla in conto la fatica, nella vita e nel ciclismo. Il lavoro di squadra conta molto, certo, e ha regole importanti, ma poi in bicicletta ti ritrovi da solo, contro te stesso, con le tue gambe e la testa per pensare”.

Mario Brovelli

http://www.youtube.com/watch?v=fHiz5kMWtqg

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