Sono partito sabato scorso da Alessandria, prima tappa Torino, centodieci chilometri. Niente male per un alcolista senza dimora, tossicofilo, bipolare con disturbi di personalità. È la diagnosi che mi hanno concesso insieme alla pensione d’invalidità civile e duecentocinquanta euro al mese.

Ho bisogno di riascoltare il mio corpo, interrogarlo, farmi rassicurare dal fatto che non mi abbandoni.

La diagnosi par una malattia che ancora non mi ha ammalato è diventata dolore.

Attualmente sono malato della mia diagnosi, i sintomi sono la paura, immagini di morte, piccoli dolori interpretati continuamente come l’insorgenza della malattia, quella vera. L’immagine più ricorrente è quella del mio corpo che lentamente si asciuga, conseguente assunzione di farmaci, depressione, ma ciò che più mi spaventa è l’idea di morire in ospedale e non a casa mia. Questo mi spinge a interrogare le mie gambe per provare ancora una volta quella sensazione di forza e pienezza che mi arriva dal pedalare per molti chilometri, una sorta di gara fra me e la malattia. Vorrei ritrovare il mio corpo prima che se lo mangi lei.

Questa prima tappa è stata un bell’assaggio davvero, sembro un cicloturista tedesco in vacanza che torna verso casa. Incredibile come la tua identità sia determinata anche dall’ambiente circostante.

Ieri barbone, oggi avventuriero.

Tratto da: Via della Casa Comunale n° 1, di Stefano Bruccoleri, Ediciclo editore.

 

 

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