di Mario Brovelli

Agosto appiccicoso con i palmer che quasi si sciolgono sull’asfalto: non sempre il ciclismo è fatto di sfide nobili sulle montagne più celebri. Come un circo d’altri tempi, la carovana dei corridori fa tappe anche nei paesi più desolati, ovunque: si va in scena nella piccola Italia, che non è mai indifferente al cirque du cyclisme. In città, il ciclismo fa sempre incazzare qualcuno, come minimo qualche decina di automobilisti, ma in provincia è una festa. Non sarà l’Izoard, ma Carnago offre un palcoscenico e un pubblico da accontentare. Ecco il ciclismo di provincia,  nel cuore di un estate pesante, eccolo nella provincia italiana che boccheggia e vive immobile sotto il gracchiare di cicale e sogni esotici evocati solo da cocomeri tenuti in fresco tutta la notte, per essere assaporati lentamente e mitigare, così, l’afa agostana.

Carnago, provincia di Varese, provincia bassa: fabbrichette, villette, una chiesa, un campanile, un circolo familiare, un  oratorio, una gelateria, cani, gatti, passeri e merli. Tutti assopiti sotto il sole,  ma presto svegliati dall’altoparlante con dentro la voce del Brambilla: non uno qualsiasi, il Brambilla è la voce del ciclismo di provincia. Più popolare dei corridori stessi in gara a Carnago: «Al sa tutt coss» commenta un vecchietto sotto il portico, appoggiato al suo bastone, mentre va a prendere il pane. Il Brambilla è là, sul palco della corsa, dal primo all’ultimo minuto di una giornata che in provincia è diversa da tute le altre: vedetta sulla linea del traguardo, imperturbabile, più forte dei 35 gradi all’ombra, col microfono in mano e la biografia di ogni corridore stampata nel cervello. Tutto quanto sa, al sa tutt coss, è l’almanacco vivente del ciclismo: e gli organizzatori sono contenti, quando c’è il Brambilla. Gli dai il microfono in mano e ti tira tutta la giornata, senza problemi. E il Brambilla ti trasforma il Gran premio di Carnago nel Giro delle Fiandre del basso Varesotto. Respiri atmosfere di una sagra d’altri tempi, con l’odore di wurstel che si spande per le strade, proveniente dai baretti ambulanti: non tanti, per la verità, ma lavorano a gran ritmo.

Ti aspetti di veder sbucare De Vlaeminck e Van Looy, ma a Carnago c’è poco di fiammingo, nonostante l’epica del Brambilla:  Pirazzi, Favilli, Chiarini, Pagani, Palini, Bailetti, Pellizotti, gli eroi di giornata hanno nomi da impiegati di banca, ma i nostalgici provano a sognare lo stesso. La giornata deve essere comunque speciale: c’è chi è partito dalla Brianza all’alba per arrivare qui. Con la moglie al seguito, seggioline e tavolini da campeggio, appostamento sotto una robinia a Castelseprio: nel cuore della gara. Altri sono scesi dalle valli varesine, gente con sandali e calzini «perché sì fa caldo, ma io non mi fido, non si sa mai il tempo potrebbe sempre cambiare». Gente che tifava Panizza, qui impazzivano per Wladimiro, che lo andavano ad applaudire all’ombra de castagneti del Brinzio. Qui, sul circuito di Carnago e Castelseprio, i castagni sono radi, ma un po’ d’ombra c’è comunque: quanto basta per un pic nic, per un bicchiere di bonarda affogato nella spuma nera, ad aspettare i corridori con le mogli sempre indifferenti, su quelle seggioline da campeggio, a far la maglia per tutto il giorno. L’età media è un po’ alta, il pubblico è quello che la sera, per consolare quelle mogli, finisce la giornata in qualche balera di una sagra dell’alto milanese. E i giovani? Ci sono anche quelli, arrivati su biciclette superleggere e con le gambe depilate. Si parla di Piccolo Stelvio: troppo lontani da quello vero, qui si sono inventati lo Stelvio dei poveri, non lontano dal circuito di gara. E i giovani pensano a fare un salto a sfidarlo, tra un passaggio e l’altro dei corridori: il Piccolo Stelvio lo si doma in tre minuti. Sono sei tornanti in 500 metri. Si va e si torna in tempo per il passaggio dei corridori, al caldo di Carnago: nove giri, uno ogni venticinque minuti.

A ogni passaggio, il gruppo variopinto alza un vento caldo in faccia ai vecchietti di Carnago e attira l’attenzione dei bambini che escono dai cortili gridando: “regalateci una borraccia!”. Mille colori e volti nascosti da caschi e occhiali: una volta, i corridori li riconoscevi tutti anche perché non erano maschere tutte uguali. Oggi è più difficile.

Dentro quel gruppo, dietro alle facce anonime, c’è un mondo intero, mille storie da romanzo, che andrebbero raccontate, conosciute: piccoli avventurieri sconosciuti al grande pubblico che, invece, allunga il collo per scorgere, là dietro, nella pancia del plotone, la maglia di un Rebellin o di un Alafaci, l’idolo locale. Lì nel mezzo passa anche Eduardo Robinson Chapalud Gomez, un nome che sembra rubato a “Cent’anni di solitudine” e invece è quello di uno scalatore colombiano di Ipiales: e il destino l’ha portato a Carnago, anziché all’Alpe d’Huez.

Tra un Rocchetti e un Pasqualon c’è anche un tale NiIv Libner, che ha imparato a pedalare tra i posti di blocco militari di Tel Aviv. E poco più dietro c’è Ryohei Komori, un figlio di Hiroshima: il frutto della vita che ha prevalso sulla morte atomica che si era abbattuta sui ragazzi di due generazioni prima della sua. In fuga c’è, Alexandr Shushemoin che oggi ha il passaporto kazako, ma che è nato a Petropavlovsk, nella penisola della Kamčatka. Al tifoso di Cassano Magnago, nostalgico di Panizza, certo, non è facile spiegare dove sia la Kamčatka, ma può aiutarlo a vivere il ciclismo di oggi, non come una giostra che rievoca il passato, ma a come un mondo globalizzato che entra anche nei villaggi più assopiti e annoiati.

A Carnago, accompagnato dalla voce trionfate del Brambilla, ha vinto Ulissi, ovvero un ragazzo che è considerato una grande speranza del ciclismo italiano. Tuttavia, con quel nome, è inevitabile, evoca l’odissea del ciclismo di oggi.

Ultimo al traguardo, il bulgaro Yovcho Yovchev: durante una trasferta di molti anni fa, al Giro di Malesia, un vecchio massaggiatore, una volta mi disse “non ti fidare mai dei bulgari”. Passai giorni a chiedermi se fossero mai esisti ciclisti bulgari di fama. E mi diedi sempre la stessa risposta: no. Eppure, almeno oggi, quel Yovcho Yovchev mi vien voglia di applaudirlo.

Le foto sono di Roberto Morandi su gentile concessione di Varesenews.

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